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I nostri colori

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20 maggio 2009

Il Linguaggio dell'Anima




Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la
primavera
e vivrò in te la vita di un fiore.
Sotto i raggi del sole
canterò il tuo nome come la valle
canta l’eco delle campane.
Ascolterò il linguaggio della
tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde…




Antonio Cristantielli

6 maggio 2009

Pier delle Vigne - XIII canto dell'inferno -


Gianluigi Nerilli
Pier delle Vigne di origini meridionali e di famiglia più che modesta, era nato a Capua attorno al 1190, si trasferì ancor giovanissimo a Bologna, la sapientissima città, per frequentare le scuola di diritto. Soprattutto allora per un ragazzo povero, privo di amicizie e raccomandazioni, doveva essere difficile vivere in un ambiente culturale evoluto, dominato dai nobili e dalla Chiesa. Il suo sogno era quello di raggiungere un incarico universitario, di diventare un insegnante dotto e rispettato, di condurre tutto sommato un’esistenza tranquilla. Ma il destino gli riservava un diverso avvenire.
Terminati gli studi, ebbe la ventura di conoscere e di farsi apprezzare da Federico II, al punto che fu chiamato a Corte e gli fu proposto un incarico nella cancelleria. Da quel momento la carriera del giovane capuano fu tutta in ascesa: all’Imperatore piaceva il suo dotto eloquio, la capacità di scrivere coniugando le situazioni con le conoscenze giuridiche, di interpretare con facilità le problematiche più complicate siano state esse religiose, politiche, economiche, sociali... In breve tempo si affermò in tutti gli ambienti che frequentava: divenne insigne poeta, diplomatico, ministro di Corte; utilizzato nelle missioni diplomatiche più delicate, raggiunse la carica di Logoteta del Regno di Sicilia, in pratica un sorta di viceré durante le ripetute assenze di Federico.
Nel 1247, ormai circa 57enne, il desiderio dello statista illustre e dell’insigne letterato era quello di concludere tranquillamente la carriera quando una notte di febbraio, mentre si trovava a Cremona ,allora la capitale italiana dell’Impero, fu arrestato dalla milizie imperiali e rinchiuso nel castello di Borgo san Donnino (l’odierna Fidenza, in provincia di Parma) come il colpevole di un gravissimo delitto.
Oggi conosciamo con buona approssimazione come Pier delle Vigne morì; meno bene perché fu brutalmente perseguitato e condannato.
Dopo una breve permanenza nel castello di Borgo San Donnino, Pier delle Vigne fu trasferito nella più protetta Rocca di San Miniato. Qui fu tenuto per alcuni giorni nella più rigida segregazione, finché si presentarono a lui tre sinistri aguzzini. Senza falsi preamboli, mentre due di loro lo tenevano fermo, il terzo gli ficcò negli occhi un ago ardente che lo accecò irreparabilmente: forse un modo per farlo tacere, per impedirgli di pensare, di difendersi, di essere un uomo… Una pratica diffusa nel Medio Evo ed in particolare presso la Corte sveva, un terrificante rituale che univa alla sanzione un macabro simbolismo.
Il supplizio non era forse terminato: anzi, è lecito ritenere che le milizie imperiali si preparavano ad esporre al pubblico ludibrio il vecchio Logoteta, quando fu lui a porre fine ai tormenti. Mentre veniva trasferito dalla Toscana, a cavallo, verso una ignota destinazione, riuscì a raccogliere le residue energie e, superata con uno slancio la testa dell’animale, si buttò a capofitto in avanti. Un salto che in condizioni normali non avrebbe creato alcun danno, ma che la sorte benigna volle rendere fatale: egli infatti batté con il capo su una rupe e morì all’istante.
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb'esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».

Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de'capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.

«S'elli avesse potuto creder prima»,
rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece
d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece»...

11 marzo 2009

La fazione dei Ghibellini: X Canto dell'Inferno

Gioele Latorre


Dante nel X Canto parla di un personaggio appartenuto alla sua città: Farinata ,il capo dei ghibellini, la fazione avversaria a quella di Dante. Costui, meglio noto come Farinata degli Uberti per via dei suoi capelli biondo platino (Firenze, ... – 11 novembre 1264), figlio di Jacopo degli Uberti, fu un nobile ghibellino, membro di una famiglia molto nobile di Firenze dell’epoca.
Il XIII secolo, fu una delle epoche peggiori per la città toscana, tormentata da discordie interne tra guelfi e ghibellini. Dal 1239, Farinata è a capo della consorteria di parte ghibellina, svolgendo un ruolo importantissimo nella cacciata dei guelfi avvenuta pochi anni dopo, nel 1248.
I ghibellini dopo tante lotte(infine vinte dai guelfi) furono poi esiliati. Anche dopo morti dovettero subire una malvagia vendetta da parte dei guelfi: infatti nel 1283, 19 anni dopo la morte, i corpi di Farinata e sua moglie Adaleta subirono a Firenze un processo pubblico per l'accusa (postuma) di eresia. Per l'occasione i loro resti mortali, sepolti in quell’epoca nella chiesa fiorentina di Santa Reparata, vennero riesumati per la celebrazione del processo, conclusosi poi con la condanna. Infine,come ulteriore malvagità, tutti i beni lasciati in eredità da Farinata vennero confiscati agli eredi.
L’accusa fondata d'eresia non è certa ancora oggi: l'accusa mossa alla fazione ghibellina di Firenze, per la quale vennero considerati eretici Farinata e sua moglie, in realtà riguardava la contestazione della supremazia religiosa della Chiesa. Ma la fazione cui Farinata apparteneva ne contestava solamente l'ingerenza politica, reclamando una suddivisione tra potere spirituale e potere temporale. La confusione venne probabilmente aumentata dalla propaganda della fazione guelfa di Firenze, pronta a sfruttare a proprio vantaggio l'accusa d'eresia. Tuttavia alcuni studiosi sostengono che farinata fosse vicino all'eresia catara.
Gli Uberti, comunque, vennero esclusi da qualsiasi amnistia, e l'odio dei guelfi fiorentini si focalizzò su di loro.
Infatti nel canto X dell'Inferno, Farinata è collocato tra gli eretici epicurei che l'anima col corpo morta fanno (v.15), ovvero non credono nell'immortalità dell'anima. Tra lui e Dante, avversario politico, si svolge un colloquio al cui centro ricadono i temi della lotta politica e della famiglia (in particolare quello delle colpe dei padri che ricadono sui figli: un tema caro al poeta, che avrebbe potuto far revocare l'esilio ai figli maschi se avesse voluto far ritorno, umiliandosi e chiedendo perdono a Firenze).





QUALCHE ACCENNO SU GUIDO CAVALCANTI(E ORIGINI)
Guido Cavalcanti, figlio di Cavalcante dei Cavalcanti, nacque a Firenze intorno all'anno 1255 in una nobile famiglia guelfa di parte bianca che nel 1260 fu travolta dalla sconfitta guelfa di Montaperti. Sei anni dopodopo la disfatta dei ghibellini nella battaglia di Benevento, i Cavalcanti ripresero la loro preminente posizione sociale e politica a Firenze. Nel 1267 Guido si sposa con Bice, figlia di Farinata degli Uberti, capo della fazione ghibellina. Da Bice Guido avrà i figli Tancia e Andrea. Nel 1280 Guido è tra i firmatari della pace tra guelfi e ghibellini e quattro anni dopo siede nel Consiglio generale al Comune di Firenze insieme a Brunetto Latini e Dino Compagni. Il 24 giugno 1300 Dante Alighieri, priore di Firenze, è costretto a mandare in esilio l'amico Guido con i capi delle fazioni bianca e nera in seguito a nuovi scontri. Cavalcanti si reca allora a Sarzana e si pensa che fu allora che scrisse la celebre ballata Perch'i' no spero di tornar giammai. Il 19 agosto gli è revocata la condanna per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute (ha forse contratto la malaria). Il 29 agosto muore, pochi giorni dopo essere tornato a Firenze.
È ricordato - oltre che per i suoi componimenti - per essere stato citato da Dante (del quale fu amico assieme a Lapo Gianni) nel celebre nono sonetto delle Rime "Guido, i'vorrei che tu, Lapo ed io". Dante lo ricorda anche nella Divina Commedia (Inferno, canto X e Purgatorio, canto XI)

Opere
I componimenti pervenutici di Cavalcanti sono 52, tra cui 36 sonetti, 11 ballate e 2 canzoni. I temi delle sue opere sono quelli cari agli stilnovisti; in particolare la sua canzone "manifesto" Donna me prega è incentrata sugli effetti prodotti dall'amore, che scinde la personalità dell'innamorato in spiritelli, che attraverso gli occhi, vanno a risiedere nella parte sinistra del cuore. Questi spiritelli rendono l'innamorato incapace di pensare e poter eleborare la realtà in quanto viene modificata dalla visione sofferente datagli dall'amore incorrisposto. La donna, avvolta come da un alone mistico, rimane così irraggiungibile e il dramma si consuma nell'animo dell'amante.
Rispetto a Guinizzelli e a Dante si nota l'assenza della concezione religiosa; la donna infatti non è tramite verso Dio e l'amore, anziché strumento di elevazione dell'anima, è soprattutto angoscia e sbigottimento.
Il poetare di Cavalcanti, dal ritmo soave e leggero che può sembrare banale, nasconde in realtà una grande sapienza retorica.



Come si nota in figura, quando Dante incontra il padre di Guido Cavalcanti,Calcante Cavalcanti, viene un po’ per così dire insultato ,perché secondo il padre,visto che il figlio(Guido)era già molto più famoso di Dante(quale poeta)non sapeva darsi risposta di dove si potesse trovare. Si può dire anche che, analizzando la figura , Cavalcante Cavalcanti, quale orgoglioso capo dei ghibellini,sdegna già con lo sguardo Dante(appartenente ai guelfi;fu infatti a causa loro se egli e tutti i suoi sostenitori furono esiliati)disprezzandolo.

Il Giudice degli Inferi: Minosse




Pietro D'onghia


Con il nome Minosse, si fa riferimento ad un personaggio della mitologia greca, nato dall’unione di Zeus ed Europa. Minosse fu re giusto e saggio di Creta. Per questo motivo, dopo la sua morte, divenne uno dei giudici infernali, insieme a Eaco e Radamanto. Secondo altre fonti, invece, era estremamente crudele. Si racconta che, in seguito alla morte del re Asterione, padre adottivo di Minosse, egli costruì un altare a Poseidone, per dimostrare il suo diritto alla successione al trono. Inoltre Minosse pregò il dio perché inviasse sulla spiaggia un toro da sacrificare. Poseidone esaudì la richiesta, ma Minosse non sacrificò l’animale perché lo riteneva troppo bello. Poseidone, adirato, si vendicò dell’offesa facendo innamorare dell’animale Pasifae, moglie di Minosse. Dalla loro unione nacque il Minotauro, mezzo toro e mezzo uomo. Così Minosse fece costruire da Dedalo il labirinto, in cui il mostro sarebbe stato rinchiuso. Minosse ebbe 8 figli: Catreo, Deucalione, Glauco, Androgeo, Acalla, Senodics, Arianna, Fedra. Il regno di Minosse fu caratterizzato da ampi scontri con i popoli vicini, che egli riuscì ad assoggettare.Combatté anche contro Niso, re di Megara, che aveva un capello d'oro a cui era legata la sorte della sua vita e della sua potenza. La figlia di Niso, Scilla, si innamorò al primo istante di Minosse e non indugiò ad introdursi nottetempo nella camera del padre per tagliargli il capello d'oro. Andò in seguito da Minosse offrendogli le chiavi di Megara e chiedendogli di sposarla. Minosse conquistò Megara ma rifiutò di sposare la ragazza, che per la disperazione si annegò. Minosse attaccò anche Atene, dopo l'assassinio del figlio Androgeo, causato dal re Egeo. Sconfitti gli ateniesi, Minosse chiese ad essi in tributo la consegna annua di sette fanciulli e sette fanciulle, che venivano date in pasto al Minotauro. Questa imposta trovò fine quando Teseo, con l’aiuto di Arianna, uccise il mostro. Secondo il mito Minosse fu ucciso in Sicilia, mentre era ospite nella rocca del re Cocalo.


Minosse in Letteratura


La figura di Minosse viene rappresentata da molti autori di opere epiche del passato, tra cui Dante. Minosse si trova all'entrata del II Cerchio perché le anime del I Cerchio non hanno peccati da confessare e non vengono giudicate. Nella mitologia Dantesca, a Minosse è dato il compito di ascoltare i peccati delle anime, le quali nulla nascondono al demone. Uditi i peccati Minosse comunica loro la destinazione all'interno dell'inferno, arrotolando la coda di serpente di tante spire quanti sono i cerchi di destinazione.


“Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.”


Divina Commedia; Inferno, V Canto, v. 4-15

Il Traghettatore di Anime Dannate: Caronte



Nella mitologia greca e romana, Caronte (in greco Χάρων, "ferocia illuminata"; Charun secondo gli etruschi) era il traghettatore dell'Averno o Ade. Il suo compito era di traghettare le anime dei defunti da una riva all’altra dell’Acheronte. Caronte, inoltre, accompagnava solo le anime di cui i cadaveri avevano gia ricevuto gli onori, mentre, secondo un’altra versione, trasportava solo quelli che potevano pagare il viaggio (obolo). Chi non riusciva a pagare l’obolo, era condannato a vagare nella nebbia sulla riva del fiume per cento anni. Nell’Antica Grecia, era tradizione mettere sotto la lingua del defunto alcune monete, di solito d’argento. Questa usanza è scomparsa in epoche recenti, ed ha origini antichissime. Alcuni autori sostengono che il prezzo dell’obolo era di due monete, poste sopra gli occhi del defunto al momento della sepoltura. Nessuna anima ancora in vita era stata trasportata dall’altra parte del fiume Acheronte, tranne gli eroi Enea, Teseo, Ercole e Orfeo, Deinofobe e Psiche. Secondo la mitologia, Caronte è il figlio di Erebo e Notte, ed appare in grandi opere letterarie del passato, come l’Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante. Fa la sua apparizione anche nel V Secolo, nella commedia “Le Rane”, di Aristofane, in cui impreca e urla contro chi gli sta attorno. Nell’Eneide di Virgilio, il poeta latino dice che Caronte trasporta le anime sul fiume Stige (VI369), mentre per molti altri, inclusi Pausania e Dante, il demone naviga sull’Acheronte.
Eneide
Caronte viene citato nell'Eneide da Virgilio nel libro VI, per la prima volta al v. 299.

Portitor has horrendus aquas et flumina servatterribili squalore Charon, cui plurima mentocanities inculta iacet, stant lumina flamma,sordidus ex umeris nodo dependet amictus.
Ipse ratem conto subigit velisque ministratet ferruginea subvectat corpora cumba,iam senior, sed cruda deo viridisque senectus.


Eneide VI 298-304


“Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato. Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiezza, spinge la zattera con una pertica e governa le vele e trasporta i corpi sulla barca di colore ferrigno."


Divina Commedia


Nella Divina Commedia, troviamo il demone traghettatore nel III Canto, mentre grida con le anime dei dannati e le batte col remo. Caronte cerca di sbarrare il passo a Dante, poiché il poeta è vivo, ma Virgilio, con poche parole, lo tiene a bada.


Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: "Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti".
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
disse: "Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti".
E ’l duca lui: "Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare".
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.


Divina Commedia, Inferno, III Canto, v. 82-111
Pietro D'onghia









11 febbraio 2009

Il Fascino di Cerbero, il mostro dalle tre teste


Pietro D'onghia



Nella mitologia greca erano presenti molti mostri, alcuni molto famosi. Uno, era Cerbero, figura che ha molto influenzato la letteratura antica e moderna.
- Mitologia:
Figlio di Tifone ed Echidna, e quindi fratello di Idra, Ortro e Chimera, era un mostro con le sembianze di un cane con tre teste, che simboleggiavano la distruzione del passato, del presente e del futuro, mentre il corpo era ricoperto di serpenti, che si rizzavano ad ogni suo latrato.
Secondo la mitologia greca, Cerbero era uno dei guardiani dell’Ade, ed impediva ai defunti di uscire e ai vivi di entrare. Sempre sotto l’aspetto mitologico, nessuno è mai riuscito a batterlo, tranne Ercole. Nell’ultima delle sue fatiche, Ercole è chiamato a combattere Cerbero e a sconfiggerlo, per portarlo a Micene. L’eroe non lo uccide, ma ottiene il permesso di Ade di prenderlo, a patto che il guerriero lo combatta da solo e disarmato. Ercole arriva quasi a strangolare Cerbero, e ottiene il permesso di Ade di portarlo a Micene, per poi condurlo di nuovo dell’Averno.
- Letteratura:
Nella letteratura, Cerbero compare anche in due grandi opere del passato. La prima di queste, in ordine temporale, è l’Eneide di Virgilio, il secondo a parlarne è Dante Alighieri, nel sesto canto dell'Inferno.
- Eneide:
Secondo lo scrittore latino, Enea incontra Cerbero nell’Ade, mentre fa da guardia all’ingresso dell’Averno. La guardia infernale non vuole lasciarlo passare, ma la veggente butta nella bocca del mostro una focaccia con erbe soporifiche. Cerbero l’afferra e la ingoia, dopodiché si assopisce tranquillo, facendo entrare Enea nell’Ade.

"L'enorme Cerbero col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all'antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia soporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l'afferra e sdraiato per terra illanguidisce l'immane dorso e smisurato si stende in tutto l'antro. Enea sorpassa l'entrata essendo il custode sommerso nel sonno"

- Divina Commedia:
Anche Dante parla di Cerbero e, come Virgilio, lo posiziona nell’inferno, a guardia di uno dei gironi. Come il poeta latino, anche Dante non ne sminuisce il ruolo di guardiano infernale. Nella Divina Commedia, Cerbero appare nel VI Canto, come guardiano del girone dei golosi. Cerca di ostacolare Dante e Virgilio nella loro discesa nell’Inferno, spalancando le sue fauci e latrando contro i due, ma il poeta latino lo tiene a bada, lanciandogli una manciata di terra, che il mostro ingoia voracemente.




“Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e 'l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti ed iscoia e disquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani:

de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;

volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

non avea membro che tenesse fermo.

E 'l duca mio distese le sue spanne,

prese la terra, e con piene le pugna

la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch'abbaiando agugna,

e si racqueta poi che 'l pasto morde,

ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde

de lo demonio Cerbero, che 'ntrona

l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.”

3 dicembre 2008

Chiacchierando sul primo canto dell'Inferno

.. ... ...

Mi ha colpito la prima terzina.

Mi incuriosisce la durata media della vita dei mortali del '300 che Dante ritiene essere di 70 anni. Egli affermando nella prima frase "nel mezzo del cammin di nostra vita" dichiara di avere 35 anni quando comincia la vicenda. Si ritrova nella "selva oscura" che rappresenta il peccato, in quanto aveva smarrito la via del bene.

Credo che questa terzina sia significativa, perché il tema del peccato e della perdita della via del bene è abbastanza frequente nella società odierna.
Gianluigi


La "lupa", in questa opera, rappresenta l'avidità, che per Dante è un peccato molto grave che porta l'uomo sulla strada sbagliata. Viene rappresentata, inoltre, magra e scheletrica, a simboleggiare tutte le bramosie e i desideri di cui è affamato l'animo umano.

L'uso di tale allegoria è motivata dalla critica che Dante muove a Papa Bonifacio VIII, definendolo avido e bramoso.

Nello stesso anno in cui Dante inizia il "Viaggio", venne indetto il primo Giubileo Cristiano della storia. Questo, introdotto da Benedetto Caetani (Bonifacio VIII), prevedeva la purificazione dell'anima dal peccato attraverso il pellegrinaggio a Roma, che si trovò così a ospitare migliaia e migliaia di fedeli, con grande beneficio economico per tutta la cittadinanza.

Nella Bibbia si parla di Giubileo presso gli ebrei, come ammortizzatore sociale, in quanto partendo dal principio che "il Mondo è Patrimonio di Dio" ogni 50 anni cancellavano i debiti di tutti. Dopo il Giubileo, la "catena" ricominciava, e in tanti casi, in molti non riuscendo a saldare i debiti, divenivano schiavi dei creditori, per il periodo necessario a estinguere il debito.
Pietro


Anche io sono stato impressionato dalla descrizione che Dante fa dell'avarizia, atraverso l'immagine della lupa, magra che aveva fatto infelici parecchi uomini.

La lupa rappresenta la Chiesa che ai tempi di Dante con papa Bonifacio VIII aveva stretto una alleanza con la parte "nera"dei Guelfi fiorentini, avversari politici del poeta.
Emanuele


Dante, giunto ai piedi del colle, si imbatte in una lonza, una lince. Essa per lui, rappresenta la lussuria, ovvero un peccato non grave in sé, ma sufficientemente infido a disturbare il percorso dell’anima e l’integrità umana.

Dante, guardando la lince è tentato più volte a tornare indietro, così come la lussuria induce spesso l’uomo nella tentazione di venir meno alla retta via…


Marco




… Dante dice di avere smarrito la diritta via nella foresta della notte della sua anima. All’alba si ritrova ai piedi di una collina che simboleggia la risalita dal peccato, l’ignoranza e la morte spirituale che stanno per impossessarsi di lui.

Man mano che sale su per l’erto colle vede: un leopardo in agguato, poi un feroce leone, e quindi una lupa affamata.
C’è un crescendo di paura e di storia in queste tre bestie misteriose che appaiono all’improvviso, esse rappresentano i peccati della lussuria, orgoglio e avarizia, oppure i più gravi peccati della incontinenza, la mancanza di controllo che porta alla lussuria, alla rabbia ed ingordigia; della violenza e infine dell’inganno o malizia, la lupa…

Nicola
La lupa è l’ultima fiera che Dante incontra sul colle ed anche la più pericolosa perchè rappresenta l’avarizia.

Il poeta considera questo peccato il più pericoloso, perché quasi nessun essere umano riesce a resistere a questa tentazione, Dante descrive la lupa molto magra e soprattutto affamata, questo anche perché per lui l’avarizia è un peccato che porta gli esseri umani a diventare insaziabili: l’avaro anche se gia possiede molte ricchezze sarà sempre alla ricerca di denaro perchè la sua sete di ricchezza non si fermerà mai.

La lupa per Dante raffigura anche la Chiesa cattolica di quel periodo perchè anche la Curia romana a quel tempo anche se possedeva i due terzi del territorio italiano “imponeva” ai suoi fedeli, anche attraverso il giubileo, di lasciare delle offerte in denaro e in terreni, ed e proprio per questo che il poete affianca la figura della Chiesa a quella della lupa affamata.
Tommaso


Quando Dante Alighieri parla della paura che si nasconde dentro di lui, la paragona a un lago, le cui increspature rappresentano la sua irrequietezza.

Continua dicendo che questa paura si era calmata durante la notte, che aveva trascorso in compagnia dell’angoscia costante per aver perduto il senso della vita...
Vito


È la primavera del 1300, l'anno del primo giubileo; Dante, ha smarrito la giusta via, in una selva oscura. … chiede aiuto… e scorge l'ombra di Virgilio che prima gli rivela che Cristo interverrà per salvare gli uomini, mandando sulla terra un veltro che ricaccerà la lupa nell'inferno, poi aggiunge che è possibile salvarsi da quelle tre belve, ma a condizione che egli visiti l'inferno, regno della perdizione; il purgatorio, regno della penitenza; e il paradiso, regno della beatitudine e sede di Dio.

Questa è l'unica via di salvezza, dice Virgilio, e Dante la percorrerà sotto la sua guida nell'inferno e nel purgatorio, sotto quella di Beatrice nel paradiso.
Gianfranco


Quello che mi ha particolarmente colpito, è con quanto vigore attacca la Chiesa con l'allegoria della LUPA: raffigurandola" magra", esprime l'accanito attaccamento ecclesiastico verso la moneta.

La lupa magra, scavata, infatti raffigura alla perfezione l'immagine di chi non trova mai sazietà... come l'avaro che si difenisce sempre povero, non accontentandosi mai di quello che possiede...
Gioele

22 ottobre 2008

Cantico delle Creature


Altissimu, onnipotente bon Signore,

Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,

et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,

spetialmente messor lo frate Sole,

lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:

in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si', mi' Signore, per frate Vento

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si', mi Signore, per frate Focu,

per lo quale ennallumini la nocte:

ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore

et sostengono infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,

ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,

da la quale nullu homo vivente po' skappare:

guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda no 'l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate

e serviateli cum grande humilitate.

Palestra

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I nostri spazi

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